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Sfinito, appena giunto, guarda innanzi a sé la Valle.
Tutt’intorno – è notte – cricchi di cicale e scrosci d’acqua
il suono rompono del silenzio. "Ascolta, figlia mia, il silenzio"
Ha attraversato la tormenta, ha passato le prove del dolore:
le vaste distese erbose della Valle ora lo accolgono.

Lo accolgono in cerchio sacro dodici candide vergini.
Dinanzi alla Luna, ringrazia della forza che ancora possiede
e sente appressarsi Libeccio che così, vistolo, parla e dice:
- Sei giunto alla meta finale. Ecco, io trasformerò per te
la parola in gocce d’acqua e la goccia scaverà nella roccia.

Ecco, io ti presento Lei, affinché voi siate di nuovo ciò che
da principio è stato scritto per voi. A lungo avete vagato,
i vostri passi hanno disegnato lettere sul mondo: il Tempo è giunto
per il vostro nuovo incontro – dice questo in altissimo momento

poi tace il Vento e qualcuno spegne la Luna.
Egli alza gli occhi e di dodici ne vede Una.

Non era come pensavamo noi,
che giocavamo con le biglie di vetro
e pensavamo come macchia la terra
sulle nostre polo bianche.

Non sapevamo che aveva Gaia
il sapore dei sepolcri e
l’odore annerito delle buche,
di un giorno sospeso tra il prima – e il poi.

Assorti a guardarci le mani
ci sfuggiva il colore e il segno
del tempo che passava, ma il tempo
era foglia sempreverde e fiori eterni.

Eravamo come le lente file di insetti,
inconsapevoli di vita linee che mutano
e si rideva, come ride il germoglio
nel nostro giardino incantato.

Nel nostro giardino incantato,
era dell’acerbo amore il profumo, per
nascondersi fra i tigli vociando
di incantesimi cromati e magìe.

Alla brezza vespertina leggera
si cominciava, ch’era sempre presagio
di nuovi spazi e cominciamenti,
a dire nuove canzoni, e poesie.

Non era come pensavamo noi,
che ci si riuniva nella grotta
cogli attorcigliati corpi nostri
alla scoperta dei primi umori.

Quando accadde eravamo in cortile
a giocare. Più tardi, era scuro,
sapemmo che non eravamo più bambini.

Trovarono allora rimedio
fermando il traffico
nei due sensi di marcia,
ignorando
quanto il suo canto
fa del cauto ritorno
un infrangere lento
l’ostacolo rimosso -
già dunque vinto
ma sereno d’esserlo -
formarono lunghe code
tutti meravigliandosi
del flusso arrestato:
..
come me
attraversava lento
ingenuo, inconsapevole
l’immensa tangenziale
un cigno innamorato.

 

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