confesso, mi hanno chiesto più volte di metter
mano alla calce a costruire la visione del sentiero,
seminando passi certi sulla via del cielo.
rimasi muta, allora, prigioniera
dell’istante sospeso.
preda del pensiero.
vorrei crescere germogli all’infiorir del glicine
coi doni che anche tu amavi – e mi dicesti all’alba –
l’abbraccio vasto cerchio di montagne
stagliarsi sola immensa sull’arco di colline,
al cuore della cupola notte, ai piedi delle rotte
e delle infinite stelle, il respiro
di foglie travolte dalla verità del vento.
vorrei lasciare di me l’orma di luce
sul cuscino, testimone d’ali d’angeli,
le profezie sorte in sogno nell’incenso spente,
l’ombra calma delle chiese allo sguardo sereno
di una croce, epifania di ostia bianca
attraverso trasparenti lacrime e la fatica del maggio,
lo splendore di maggio, i temporali colmi
d’acqua e di grigio vigore, armonie silenti
d’eternità presentita – e la pace,
la pace intuito d’estasi
nella beatitudine dei piccoli.
vorrei pure di te raccontare il piacere
del vino sorso di terra arata, inebriato profumo
di legno ed erba nel tuo calore, la coppa delle mani
tese, l’ansia del giugno e il breve inverno,
nella costanza dell’onesto lavoro certezza
di un lavoro onesto – e l’amore della quercia
salda forza di fronde, radice alla fede
nel suono tondo nudo del tuo più amato
canto gregoriano.
confesso, davvero non sapevo d’esser muratore
né che alla fonte di Siloe m’avessero schiuso
gli occhi, finché la primavera ha sciolto
i lacci infermi ai malleoli, mostrandomi il cammino.
un sasso miliare del sentiero,
guardiano d’ombre e di promesse
al bivio.